domenica 29 aprile 2007

Storia


Se consideriamo che un pescatore sull'ottantina,il padre dei pescatori attuali,
(capo barca), andava con il padre a pesca e a vela fino al 1940,
lo strascico si praticava con le "paranze" cioè barche di
sedici-diciotto metri.
Le paranze pescavano affiancate, con la rete in mezzo,quando
c’era il vento …
Perché se vento non ce n’era si stava fermi.

Il rapporto dell’uomo con la navigazione, la pesca e i suoi strumenti era totale:
“La vela era issata su un albero di dieci-dodici
metri d’altezza.

Oggi i metodi e la conoscenza del mare si sono trasformati, i pescatori di quei tempi (il Rais) dovevano veramente conoscere il vento e la corrente e andavano per mare a vela o a remi.
Fabbricavano le reti a mano, con tanta pazienza ed arte, tramandando quest'arte di padre in figlio.
Considerato che il numero di barche negli anni è aumentato tantissimo , anche le tecniche di navigazione erano molto diverse rispetto a quelle di oggi, che si giovano dell’utilizzo di radar ,sistemi satellitari, ecoscandaglio con frequenze ideali per individuare dal novellame in poi, sonar ecc..

Oggi con il motore si pesca a strascico quasi sempre ma non quando lo facevano i nonni (vento e mare) . Oggi con le piste fatte grazie al gps e il cartografico, grazie al pilota automatico,l'ecoscandaglio si segue chiaramente in modo sistematico e devastante la pesca, tenendo le rotte vere più convenienti. Una volta con le vele non si poteva fare ciò.
Non avevano neanche la bussola! Quando c’era la nebbia o di notte, la navigazione si faceva con lo scandaglio a mano: era costituito da una palla di ferro di quattro-cinque chili attaccata a una corda che si calava in acqua e permetteva di misurarne la profondità e il tipo di fondo.
Quando lo scandaglio toccava il fondo mettevi il segno sulla corda e misuravi le braccia di profondità: in base a queste rilevazioni sapevi dove ti trovavi. Anche le città erano un punto di riferimento.

Il pescatore non è più in sintonia con la natura ma ne diventa una macchina devastatrice.
Spesso si sente dire al pescatore di pesca locale: il televideo ha detto che farà scirocco. Sono più in grado di capire l'ambiente dove vivono? .
Non interessa nulla di quello che rimarrà dopo il loro passaggio, oggi conta solo oggi.




2 commenti:

Paolo Leca ha detto...

Per un pugno di meduse


Roma Il mare sta morendo, lentamente. Il boia perde un affare miliardario fatto di pesce e reti lunghe chilometri. Non ci resterà che un pugno di meduse e Greenpeace ci mette la firma, ma ai piani alti nessuno ascolta. Nel rapporto “In un mare di guai” presentato ieri a Roma gli attivisti raccontano una crisi che viene da lontano e che rischia di mettere in ginocchio un intero settore, perché non ci sarà più la materia prima, il pesce. È tutta colpa della “sovra-capitalizzazione”, del business in parole povere. Romina Power ha raccolto la sfida degli ambientalisti ed è la nuova testimonial della Campagna Mare. E Alessandro Giannì, responsabile Campagna Mare di Greenpeace ci racconta l’ecosistema marino di oggi e domani e le cose che, in fondo, gli ambientalisti predicano da sempre.

Quali sono gli scenari che Greenpeace prospetta?

«Gli scenari che non sono futuri ma presenti, sono una continua perdita di occupazione nel settore della pesca, sia perché si viene espulsi dal processo produttivo con una carenza di risorse cronica, sia perché in realtà non c’è un turn over, nel senso che i giovani non vogliono più fare un mestiere con poche prospettive future, perché sanno bene che il pesce sta finendo. Poi ci sono gli effetti che riguardano gli ecosistemi, sia quelli costieri che quelli di altura. Ci sono delle specie che prima erano molto rare e adesso sono più frequenti, i cambiamenti climatici si fanno sentire, la gente si allarma quando vede le meduse: in realtà non si sa perché ci siano, e non c’è niente che possa escludere un legame tra la pesca eccessiva e un cambio di dominanza nell’ecosistema marino, e quindi il fatto che questi organismi diventino più comuni».

Chiedete di ripensare le reti di riserve marine, in che modo?

«Le riserve marine funzionano dappertutto, dove sono state ovviamente applicate in maniera corretta. La riserva marina è un po’ come una cassaforte che mette al sicuro un patrimonio di diversità biologica. Ovviamente, la riserva marina non basta da sola. Per esempio, bisogna cominciare a lottare seriamente contro la pesca illegale ma, al riguardo, in Italia abbiamo poco da dire. Le famose spadare, reti vietate dalle Nazioni Unite, da noi continuano a pescare. Negli ultimi due anni i dati ufficiali del ministero delle Politiche Agricole dicono che sono stati sequestrati oltre 1.500 chilometri di reti illegali. La Repubblica italiana non si è ancora dotata di una legge che sanzioni in maniera efficace la detenzione a bordo di reti illegali, pare che dobbiamo usare un Regio Decreto del 1940, il che è una cosa assolutamente ridicola».

Cosa ci “riserva” il futuro?

«Un lavoro che ha fatto abbastanza scalpore dice che, intorno alla metà del secolo, le maggiori popolazioni ittiche potrebbero essere estinte. Tutti sanno che se il tonno rosso si continua a pescare a questi ritmi non può durare più di 3-5 anni, e in Giappone sappiamo che ci sono persone che stanno ammassando questi tonni congelati, aspettando che si arrivi alla crisi per rivenderli a buon prezzo».

È ora di dire stop al business allora…

«È ora di cominciare a pensare al nostro futuro e all’interesse di tutti. Il problema è che nella pesca continuano a prevalere gli interessi di pochi. Greenpeace da anni dice che questo sistema non può andare avanti e denuncia il fatto che si vuole tenere la pesca ai margini di una seria gestione. Con 1.500 chilometri di reti illegali confiscate dalle autorità è difficile dire che tutti i pescatori italiani siano onesti. Non è una cosa che succede per caso: si è voluto gestire il tutto in questa maniera, perché il mare è più lontano dalla sensibilità di tutti, quello che succede al largo non si vede come quello che accade sott’acqua».

Pensate che il governo vi ascolterà?

«Noi crediamo che non ci sia molta alternativa al fatto di ascoltarci. Greenpeace ha il dubbio onore di non essere stata mai ricevuta per parlare di queste cose finora né dal ministro delle Politiche Agricole né dal ministro dell’Ambiente. Noi continuiamo a dire quella che è la nostra opinione, sostenuta e confortata da innumerevoli pareri di scienziati. Alla fine, qualcuno si assumerà la responsabilità di andare a chiudere completamente interi settori della pesca, perché il pesce non c’è più, e a quel punto noi faremo nomi e cognomi».



Mariangela Mariani





Avvistati i “fuorilegge” siciliani

Spadare in porto



Il pesce spada è ben poca roba rispetto a quanto finisce nelle reti. Le spadare continuano a trascinarsi dietro anche i delfini, con il beneplacito di chi non vede ogni genere di attrezzo illegale stipato a bordo delle imbarcazioni. Greenpeace ha visto, e ha documentato. Lo scorso 22 aprile, gli attivisti hanno effettuato una breve ricognizione nei porti di Riposto (Giarre) e Giardini di Naxos, tra Catania e Messina. Su quattro imbarcazioni nel primo porto visitato, Greenpeace ha scorto distintamente il verricello a tre ruote caratteristico delle spadare, che serve per salpare le reti, Questo, ovviamente, non significa che a bordo ci fossero reti illegali. Gli attivisti, allora, lo chiedono alle autorità che devono sapere. Non c’è dubbio, invece, anche a giudicare dalle foto, che su altre due imbarcazioni nel porto di Giardini Naxos ci fossero delle reti, che sembravano in eccesso rispetto alla norma che prevede un limite alle piccole derivanti legali (le reti con maglia fino a 18 centimetri, della lunghezza fino a 2,5 chilometri, che pescano entro le 10 miglia di distanza dalla costa). Il dossier completo, con foto allegate, è stato inviato al ministro delle Risorse Agricole ed al ministro dell’Ambiente. Greenpeace si augura che le due imbarcazioni “fuorilegge” siano in stato di fermo e attendono risposte dall’Italia del Regio Decreto numero 1155 del 4 aprile 1940, in grado ancora oggi di vietare attrezzi illegali a bordo. Parola dell’Avvocatura di Stato.

Paolo Leca ha detto...

Tempo di tonni e ricordi
di Ninni Ravazza


Foto di Fabio Marino - Reti della Tonnara - Vedi altre foto sulla tonnara

L’altra notte ho fatto un sogno bellissimo. Nel mare di San Vito lo Capo tornava a calare la tonnara, e mentre mi immergevo per cucire le reti della “bocca a nassa” trovavo già i primi tonni enormi catturati dalla trappola preparata loro dal sapiente rais. Da qualche punto del cervello arrivava puntuale il richiamo alla realtà, è solo un sogno, ma mi piaceva lo stesso lasciarmi ingannare da quelle sensazioni così vive da sembrare reali. Perché io quelle sensazioni le ho vissute davvero così tante volte nei vent’anni trascorsi assieme ai tonnaroti da sentirle parte integrante di me stesso.
La mattina dopo dal balcone della breve vacanza il sole illuminava l’ampio golfo di Patti, a due passi da Milazzo; l’alta rocca di Tindari con la sua Madonna nera venuta dal mare era la sintesi perfetta di fede, tradizione popolare, bellezza naturalistica, storia; a nord le Eolie, “isole dolci del Dio”, scontornavano l’orizzonte.

Qui venivano calate le famose tonnare messinesi: le tante del promontorio di Milazzo, San Giorgio, Oliveri, Patti, Capo d’Orlando. Qui il duca Francesco Carlo D’Amico a cavallo fra ‘700 e ‘800 ha diretto, gestito, studiato le tonnare di famiglia e ha scritto quelle “Osservazioni pratiche intorno la pesca, corso, e cammino de’ tonni” che resta uno dei lavori più belli (e completi) sulla pesca del Thunnus thinnus in Sicilia. Qui tutto sa di mare e di leggenda. Nemmeno la Madonna delle Grazie venerata a Ficarra, 450 metri più in alto, sfugge alla tradizione che vuole la Madre arrivare su queste spiagge a bordo di una nave, cinquecento anni fa e quasi mille dopo la sorella nera di Tindari.

Nessuna tonnara messinese è sopravvissuta alla crisi degli anni ‘60 e ’70, una dopo l’altra si sono tutte spente malinconicamente; le ultime sono state quelle del Tono di Milazzo e di Oliveri che aveva la sede amministrativa a Trapani, città famosa per il sale, il corallo e la pesca del tonno. Gli antichi edifici delle tonnare, i bagli e le “trizzane”, i fumaioli e i palazzotti del padrone, restano muti testimoni di un passato ricco e felice. Milazzo come San Giuliano, Oliveri come San Vito e la sua tonnara del Secco, belli, struggenti, inutili. Il tempo passa su di essi, e porta via con sé le grida dei tonnaroti, le loro cialome a volte mistiche e altre dissacranti, l’odore del tonno bollito e le martellate dei bottai, spegne i colori dei santi protettori posti sulla croce che segnala l’ingresso fra le reti e nelle cappelle dove non passava giorno senza che la ciurma li implorasse affinché la pesca fosse proficua. Soprattutto, ha portato via lontano anche il ricordo di quella civiltà della tonnara che ha fatto ricca e felice la Sicilia.

A Cefalù, sulla strada del ritorno, mi son fermato per ascoltare il racconto del venditore di tonno che duemilacinquecento anni fa affettava l’Orcino sulla chianca a tre piedi che i nostri “scugghiaturi” usavano fino a trent’anni addietro. Chi lo ha ritratto nel vaso del IV secolo prima di Cristo non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe divenuto l’attrazione del bellissimo Museo Madralisca assieme all’ignoto Marinaio dipinto da Antonello da Messina e reso famoso da Vincenzo Consolo.

Alla destra sfilano sul mare Trabia, San Nicola l’Arena, Solanto, Sant’Elia, Mondello, Arenella, Vergine Maria, Isola delle Femmine, la Sicciara di Balestrate, Magazzinazzi, Castellammare, Scopello. Un tempo in questi giorni avrei avvistato le muciare in navigazione verso l’isola trovata dove i tonni entrano “lentamente nuotando”, come raccontava Oppiano nel II secolo. Oggi a guardare bene si scorgono solo le gabbie galleggianti dove quei tonni vengono messi all’ingrasso prima di sparargli con il fucile calibro 12 a palla. In fondo al golfo tra la foschia si intravede San Vito, la sua tonnara, i miei sogni. E più in là Bonagia che è ormai solo un albergo a cinque stelle, e Favignana dove i pochi tonni catturati vengono uccisi per divertire i turisti.